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Risposte alle nuove povertà: i Patti Generativi

Tra i 6 obiettivi prioritari attorno ai quali Fondazione Cariplo orienterà le sue risorse e il suo impegno nei prossimi mesi, ci sono il contrasto alle nuove povertà, causate dall’emergenza Covid-19 e il ripensamento dei modelli di offerta di welfare.  

Una sfida in parte già avviata da Fondazione Cariplo che nel 2014 ha lanciato Welfare di Comunità e Innovazione sociale, un percorso di ripensamento in chiave comunitaria del welfare che punta al coinvolgimento dei cittadini in processi partecipati, per rispondere ai bisogni sociali esistenti ed emergenti. Un modello che ha permesso di raggiungere non più solo le persone che rispondono alle caratteristiche canoniche di “soggetti in difficoltà” ma anche quelle rese vulnerabili da una temporanea situazione di difficoltà economica.  

Una condizione che, nel prossimo futuro e anche in una situazione post-emergenziale, interesserà un numero ancora più ampio di persone.   

Tra i progetti sostenuti dal Bando Welfare in Azione in questi anni, c’è Fare Legami, un progetto che a Crema, Cremona e Casalmaggiore ha affrontato la vulnerabilità scommettendo sui "Patti generativi", accordi fra i cittadini e la comunità.  

Annalisa Mazzoleni, Dirigente dell'U.O. di Coordinamento dei Servizi Sociali e Socio-Educativi del Comune di Crema, spiega come funzionano: «L’idea è quella di offrire un supporto alle persone in difficoltà che fino a ora non hanno mai avuto bisogno dei servizi sociali, aiutandole anche a farle sentire meno sole. I patti generativi sono percorsi molto personalizzati rivolti a persone che si trovano in un momento difficile. Per ogni persona coinvolta viene messo a disposizione un budget massimo di 2mila euro, grazie al quale, insieme agli operatori, viene strutturata una risposta alle difficoltà che la persona si trova ad affrontare, a livello economico ma anche relazionale. Contestualmente all’erogazione del sostegno economico, si costruisce un percorso in cui la persona o la famiglia riconosce, scopre e valorizza le proprie risorse (in particolare relazionali) e si impegna al contempo a contribuire ai bisogni della comunità, mettendo proprie competenze a servizio della comunità. C’è la mamma nigeriana che insegna francese ai bambini, il disoccupato appassionato di fotografia che è diventato il fotografo degli eventi di Fare Legami e tiene laboratori di fotografia per ragazzi: «Non è uno scambio riparatorio, queste famiglie o persone non hanno fatto niente di grave, semplicemente stanno vivendo un momento di difficoltà. Ma è anzi un’opportunità per tessere nuovi legami». Nessuno ci ha mai detto di volere il contributo economico senza fare niente e in molti casi il sostegno è stato dato per corsi di formazione, tirocinii, quindi con l’obiettivo della ricerca del lavoro. Perché i percorsi sono strutturati facendo leva sulle competenze, per fare sì che le persone diventino più consapevoli delle proprie capacità e acquisiscano anche una maggiore sicurezza in sé. Scivolare in una situazione di fragilità e isolamento è molto demotivante, ma noi siamo convinti che la comunità si curi da sé e le storie che incontriamo ci fanno davvero pensare che questo sia possibile».  

La storia di Mario Riboli

«Ho lavorato nella grande distribuzione per trent’anni. Ero responsabile del reparto freschi di un supermercato e gestivo dai 20.000 ai 25.000 euro di ordini alla settimana, una grande responsabilità, molte soddisfazioni e anche un po’ di fatica perché dal 2009 al 2015 ho subito diversi interventi al ginocchio per una patologia cronica degenerativa, ma che non mi ha mai impedito di fare il mio lavoro. Nel 2015 il supermercato è stato acquisito da una nuova proprietà e sono stato letteralmente sbattuto in magazzino e a scaricare camion a mano, poi  trasferito in un altro paese, ho iniziato a lavorare anche di domenica. Ho accettato tutto perché avevo bisogno di lavorare, ho due figli, a quell’epoca uno dei due faceva ancora il liceo e l’altra aveva appena iniziato l’accademia di danza, perché è ballerina e coreografa. Nel 2016 una nuova operazione al ginocchio, questa volta la riabilitazione è più lunga, e subito dopo è arrivato il licenziamento. Ho perso il lavoro, ho visto colleghi che credevo amici voltarmi le spalle. Perché i soldi vanno e vengono ma queste cose ti segnano per sempre. Per un periodo non sono più uscito di casa, la botta era stata troppo forte, andavo solo in parrocchia, mi occupavo dei corsi di teatro per i ragazzi. È lì che sono entrato in contatto con Fare Legami, è stato un passaggio dolce perché ci siamo trovati intorno a un tavolo: ma perché tu che hai queste capacità non partecipi a un patto generativo? mi hanno detto. All’inizio mi sono occupato del bar dell’oratorio, poi mi hanno chiamato di nuovo le assistenti: c’è la presidente di Auser che ci chiede se abbiamo una persona valida da mettere in ufficio. Ho accettato ma ero pieno di timori, arrivavo da un periodo buio, dovevo rimettermi in gioco davvero, usare programmi di computer che non conoscevo, coordinare i volontari, preparare i turni. Ho fatto un primo tirocinio, poi è stato prolungato con una borsa lavoro e poi è arrivata la pandemia. Se mia avessero detto mesi fa che avrei affrontato una cosa del genere non ci avrei mai creduto. Il telefono non smette mai di suonare, siamo sempre in movimento ma si è creata una squadra bellissima, fatta anche di studenti senza scuola o persone in cassa integrazione.
Ci occupiamo della consegna della spesa, della consegna dei farmaci, del cambio di biancheria per le persone malate. Mi sento trasformato, il Mario di prima non esiste più. Questa è una dimensione che mi appartiene completamente, ho le mie signore che mi chiamano e mi preparano i biscotti, si è aperta una rete di solidarietà e la vicinanza alle persone ci permette di scoprire anche quali sono i bisogni, io poi mi sento particolarmente connesso a chi si sente fragile, individuo subito situazioni potenzialmente difficili. La mattina mi sveglio presto e vado all’Auser, aprire l’ufficio è sempre una gioia e una sorpresa. Le ansie e le paure ci sono, faranno sempre parte di me, ma si è aperto un nuovo mondo».  

Per intercettare persone in temporanea difficoltà, Fare Legami ha creato nuove figure: le antenne di quartiere, ovvero gruppi informali di cittadini che vengono formati dalle assistenti sociali a individuare bisogni della comunità e a fornire risposte. 

In questo momento per esempio, un gruppo di volontari in un Comune si sta occupando dei grandi anziani del quartiere, ma un’antenna di quartiere potrà essere anche la parrucchiera che riceve una cliente che le confessa di non avere i soldi per l’avvocato per separarsi.  

Dal percorso di Fare Legami sono nate nuove pratiche e nuove professionalità, come quella di Michela Oleotti, una community maker: «Abbiamo background e percorsi diversi, educativi, psicologici, io sono formatrice di teatro sociale di comunità. La sfida era proprio quella di avere un approccio multidisciplinare a supporto alle dinamiche di comunità senza sostituirsi agli operatori sociali del pubblico e privato. Siamo figure di raccordo e facilitatori».  

In questa fase di distanziamento sociale, Michela si sta occupando di mappare il territorio durante l’emergenza per vedere quali sono i bisogni, le azioni, le disponibilità. Una mappa che potrà anche orientare le azioni future: «ci siamo accorti che i territori che avevano già dal 2015 sperimentato dinamiche di aggregazione di rete sul bene comune, sono stati i più reattivi alla dimensione emergenziale. E hanno saputo anche catalizzare molti nuovi volontari: persone che hanno avuto una sospensione dell’attività lavorativa e persone che sono state toccate da esperienze gravi e che hanno voluto mettersi al servizio della comunità. Adesso dovremo essere capaci di tenere attiva questa disponibilità anche oltre l’emergenza. Ci sarà ancora più bisogno perché emergeranno nuove vulnerabilità socioeconomiche. Le antenne di quartiere potranno intercettare in modo rispettoso queste fragilità».  

In questa fase, per esempio, l’Auser provinciale, dove lavora Mario, che normalmente si occupa del trasporto disabili e anziani nei centri di cura, con i centri chiusi ha temporaneamente riconvertito la sua attività in consegna spesa a domicilio. Racconta la presidente provinciale Donata Bertoletti: «Il Coronavirus ha interrotto le normali reti di cura e creato nuove solitudini, molte persone sono anziane o malate e probabilmente, una volta superata l’emergenza ricostituiranno le proprie reti, però altri no. Abbiamo agganciato situazioni che stanno mutando, non possiamo ancora dire che ci sono persone che avranno bisogni economici o di assistenza anche in futuro però, se accadrà, potremo aggredire fin da subito le situazioni di fragilità. Infatti vorremmo trasformare questo servizio di consegna spesa in un servizio ricorrente, perché sta dando ottimi risultati e le persone, con cui ci relazioniamo in questo modo informale tramite i volontari, non si sentono sorvegliate. A coordinare tutti c’è Mario, posso dire che, da quando è scoppiato il Covid-19, Mario è letteralmente esploso e la sua energia ha contagiato tutti». 

 

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